E' da un pò di tempo che non contribuisco attivamente a far vivere questo spazio. Stavo riflettendo a come certi modelli di comunicazione si stanno avviluppando su se stessi, che fanno da contraltare all’imbarbarimento nelle dinamiche di convivenza sociale e generazionale. Ad essere precisi mi dà fastidio su come certe tematiche vengono poste strumentalmente attraverso i media, tubi catodici o carte stampate che siano. Stavo cercando solo il momento, un senso ai miei pensieri e le giuste parole.
La scintilla è arrivata qualche giorno fa, uno come tanti, mentre ero in treno diretto al lavoro sfogliando La Repubblica e Il Manifesto, in viaggio ho trovato l'appiglio leggendo l'articolo di Cosimo Rossi "L'età della guerra" sulla prima pagina del quotidiano comunista (23 marzo 2005). Nell'ultimo periodo c'è un passaggio molto appropriato nel descrivere alcune convinzioni che ho assunto da tempo:
"ci sono generazioni - e per fortuna tra breve saranno la maggioranza - che non si portano sulla coscienza i crimini neri e rossi dell'Europa; che non devono niente agli Stati uniti se non la musica, i film e la letteratura dell'ultimo mezzo secolo; che sono cresciute in una convivenza sufficientemente impermeabile a complessi e risentimenti. Non leggono il Corriere della sera e (purtroppo) nemmeno il manifesto. Vanno a scuola o all'università, lavorano in bilico su una fune, navigano in Internet scambiando saperi pirata, arrancano tra i crateri delle bombe e del welfare, popolano le piazze cittadine non meno di quelle telematiche: con tanta paura pacifista della guerra e degli integralismi da non coltivare ombra di antiamericanismo. Tanto che da decenni le loro strofe vengono anche di lì. Se non per amor proprio, un gesto di autonomia dal fondamentalismo neocons si potrebbe fare almeno per loro: le legittime creditrici del futuro.”.
Concordo sull'analisi di Rossi ma non mi sento di sottoscrivere sull'impianto ideologico del pezzo giornalistico. Credo che alle generazioni future vada trasmesso qualcosa in più della memoria dei nostri grandi vecchi, la storia, le grandi battaglie di civiltà per il riconoscimento delle dignità di ogni individuo; l'importanza di valori quali la solidarietà, la coesione sociale... potrei continuare ma non vorrei annoiarvi.
L'antiamericanismo è una tendenza all’ideologismo duro a morire nell'immaginario della sinistra italiana, un luogo comune fine a se stesso, che non porta a fare sintesi sulle contraddizioni e le complessità del mondo contemporaneo, ma stabilito che qui quasi nessuno è più antiamericano, sarebbe più utile sapere di quale America parliamo. Sono convinto che c'è più cultura americana o pseudo americana in alcuni centri sociali, consapevole o inconsapevole che sia, che in qualsiasi American o Budda Bar del cazzo, io stesso nato nel 1972, entrato nel mondo del lavoro ai tempi della discesa in campo di Silvio B. Ho trovato non poche difficoltà nel rapportarmi con chi era più vecchio di me, nei modi di pensare e di vedere la società e di far capire ai cinquantenni d'oggi che la militanza politica era al suo epilogo, quando a diciassette anni si vede crollare il muro di Berlino, preferisci guardare la gloriosa Videomusic di Marialina Marcucci, oppure ascoltare la RadioRai di "Planet Rock" e "Stereonotte" ai tempi di Aldo Grasso. Ricordo ancora come se fosse ieri la radio di stato che sciorinava dj come Max Prestia, Gennaro Iannuccilli, Mixo, Fabio De Luca, Rupert, Riccardo Pandolfi, Giancarlo Susanna, Daniela Amenta, Federico Guglielmi, che come dei Prof. appassionati riuscivano a contagiarti nell’ascolto di artisti nuovi o vecchi, scoprire i risvolti che si nascondevano dietro quella musica così “diversa” dal solito. Quando poi hai la speranza che tutto questo vada avanti la cara vecchia RadioRai la vedi "demolire" dopo vari tentativi di adeguamento al piattume commerciale proprio dal governo dell'Ulivo. Altro che riforma dei cicli mancata. E nonostante tutto essere grati al fato, ancora oggi, di aver scoperto giornali di nicchia come "Il Mucchio Selvaggio" di Max Stéfani, "Rumore" di Claudio Sorge o "Internazionale" e capire dopo dieci anni di essersi in qualche modo emancipati avvicinandosi ad una certa controcultura americana, nutrire l'anima con certi film e certi libri e naturalmente con quintali di musica e col tempo crescere, sedimentare idee, valori, passioni e visioni, frequentare persone e luoghi anzichè altri come consuetudine dettava, portandomi ad avere un retroterra culturale di tutto rispetto e poter dire con orgoglio di non essere un antiamericano. Frutto della casualità? Io credo solo segno dei tempi, appunto. Appassionarsi a certe culture non vuol dire diventare un amabile qualunquista filoamericano o come ben pensano certi “compagni” , dipingendoti come tossico, depravato, fuori di testa, infantile ed invasato dal mito sex, drugs & rock’n’roll. Fascisticamente parlando "me ne frego"!!! Ma questo non mi riguarda e non mi interessa, continuo fanciullescamente ogni giorno ad aprire finestre interiori, per rivivere certe emozioni giovanili in maniera consapevole, perchè penso di aver appreso di più della vita inseguendo le emozioni e le passioni, anzichè leggere giornali e libri, preferisco preservare gelosamente questa attitudine individualista e precorrere usi e costumi che domani saranno all'ordine del giorno, con buona pace di benpensanti e dietrologi.
Insomma il dibattito politico a sinistra, deve tenere di conto di diversi elementi come la discussione delle riforme del welfare, che certamente non sarà favorevole alle giovani generazioni, a come dare nuovi diritti, nuovi lavori e nuove professionalità e possibilmente interrompere con segnali di discontinuità questo sistema di "produzione della paura", paura del futuro che induce spesso alla rassegnazione e alla rinuncia di una qualche emancipazione sociale. Anyway, “Fear Is An Economic Problem” come direbbero gli americani.
In conclusione, Cosimo Rossi può avere ragione, ma in quanti tra i legittimi creditori del futuro sono consapevoli della partita irachena? Se poi non leggono neanche il manifesto, dice lui. Anche di questo non sono tanto convinto. E' più preoccupante secondo me la tendenza generalizzata all'appiattimento culturale, oltre ad una tendenza alla mobilità sociale che scivola sempre più verso il basso, con buona pace di tutti questi scienziati politici, con una classe dirigente preoccupata perlopiù ad occupare posti di potere e posizioni di rendita prodotte dalle opinioni pubbliche internazionali. In realtà i problemi sono ben altri, riuscire a creare occupazione di qualità, rendere più liberi gli individui di scegliere la propria vita e la propria professione. Abbiamo creato una nuova classe sociale, quella dei “colti nuovi poveri”, sbandierando il mito della flessibilità che piace tanto ai giovani, con qualcuno di questi ultimi che ci aveva anche creduto, quando li abbiamo solo sfruttati. Niente di più. Niente di meno. Certo, in Italia siamo ancora in una situazione dove per trovare un lavoro decente contano ancora le “conoscenze” e le famose “raccomandazioni” , altro che modello neocons, qui siamo ancora al caro e vecchio “nepotismo”, strumentalizzare dichiarazioni o prese d’atto non serve certamente a cambiare.
Intanto, saltando nuovamente di palo in frasca, anch'io per ascoltare della musica di un certo peso specifico ho dovuto abbandonare le mie abitudini classiche ed andare direttamente alla fonte, trasmigrando nel virtuale world wide web verso i numeri telefonici della fricchettona California sulla mitica KCRW di Santa Monica <http://kcrw.org/>, e qui ringrazio pubblicamente tutto lo staff per le visite a questo umile blog e per le celeri ed affettuose risposte alle mie maldestre mail. Best Wishes e al prossimo viaggio!!!